
1981. In piena era dei supergruppi, in Gran Bretagna nascono gli Asia. Non a caso costituiti da magnifici musicisti che rispondono al nome di John Wetton (voce principale e basso, ex-Crimson e UK), Steve Howe (chitarra e cori, ex-Yes), Geoff Downes (tastiere e cori, ex-Yes e Buggles) e, ultimo ma non ultimo, Carl Palmer (batteria, ex-Emerson, Lake & Palmer).
Passano gli anni, si susseguono gli album di successo, le cui iconiche copertine di Roger Dean, marchiate dal celebre logo, fanno storia. Sino ad arrivare a "Gravitas" (2014), che segna l'ultima apparizione discografica di Wetton. Durante le lavorazioni del successore di "Gravitas", Wetton viene difatti a mancare stoppando, se così si può dire, l'attività della band. Tuttavia, Downes decide di rimettere in moto la band stessa, portando alla luce l'eredità musicale John Wetton con un nuovo album, nuovo di zecca: "Indigo".
Accompagnato a partire dal 2024 da musicisti di grandissimo livello tecnico-artistico, che non si possono non nominare [Harry Whitley (voce, basso), John Mitchell (chitarra, cori) e Virgil Donati (batteria)], Downes riporta la magnifica compagne londinese agli antichi fasti con un lavoro ricchissimo di musica (oltre un'ora di durata), variegato, caleidoscopico, fluido, suonato e prodotto splendidamente, che attraversa trasversalmente sia l'AOR, sia il prog rock.
Un tormentone, questo dell'AOR oppure prog rock, che ha accompagnato praticamente tutta la carriera dei Nostri. E che prosegue con le cristalline note di "Indigo". Il quale, quasi a voler far suoi sia i fan dell'AOR, sia quelli del prog rock, sciorina quindici brani (compresa la bonus track con Mike Portnoy alla batteria) che, in eaffetti, possono accontentare gli uni e gli altri. Anche, se a parere di chi scrive è predominante la componente melodica, che in talune occasione raggiunge vette d'incommensurabile bellezza ("Change of Heart") tali da declinare la definizione dello stile degli Asia, unico al Mondo, è giusto rimarcarlo, verso l'AOR.
Lo stupefacente trittico "Tattoo Indigo (Part 1)", "Tattoo Indigo (Part 2)" e "Tattoo Indigo (Part 3)", al contrario, riporta i piedi sulla terra per camminare in un'immaginaria foresta popolata da pacifici indigeni, al cui centro è ubicato un auditorium all'aperto dedicato alla musica prog rock. I toni, allora, si fanno più, come dire, seri se non addirittura cupi, spaventosi, e si ritorna ai tappeti di tastiera dal suono vintage di Downes, accompagnati dagli aspri riff di chitarra di Mitchell, formidabile pure quando parte per la tangente con i suoi luccicanti assoli. Anche la batteria di Donati segue questa componente lisergica, proponendo pattern estremamente complessi e a tratti addirittura ipnotici i quali, con le volate del basso di Whitley, danno vita a dei ritmi davvero accattivanti e, soprattutto, magnetici, cui la mente di chi ascolta non si può sottrarre.
Mentre "Tattoo Indigo (Part 1)" è strumentale, in "Tattoo Indigo (Part 2)" e "Tattoo Indigo (Part 3)" tornano a risuonare le linee vocali, decise, pulite, quasi disarmoniche, verrebbe da dire. Il risultato in ogni caso non cambia: le volute del prog rock s'infilano nelle narici per giungere ai centri nevralgici del cervello deputati all'attivazione dei sogni, che nascono e muoiono a seconda delle tonalità del canto di Whitley.
Prog rock, allora! Come non detto. "Life in the Sun", con il suo morbido ma trascinante coro di accompagnamento al ritornello, riporta le coordinate stilistiche sull'AOR. Per una sorta di altalena continua lunga tutto "Indigo" che, oltre a quanto già detto, alla fine si rivela essere la caratteristica più importante, maliziosa e intrigante del sound ideato degli Asia. Tant'è che con "Chesapeake Bay" si torna nel regno del prog rock grazie, forse, all'aura di Steve Howe, musicista ospite. E così via ("On a Winters Night", "Echo of You"), con una naturalezza di... cambio di stile musicale che lascia sempre stupiti, come del resto accade sin dalla nascita di questo fantastico ensemble.
Ma non è solo tutto questo che rende grande "Indigo". Ci sono le canzoni. Definizioni a parte, create da un songwriting stellare, figlio di musicisti eccezionali, veri campioni del proprio strumento e stimatissimi professionisti. Canzoni che entrano nell'anima e nel cuore per restarvi, chissà, per sempre. Un disco che non presenta alcun punto debole, nessuna concessione alla mediocrità ma solo e soltanto l'appartenenza al gotha della musica mondiale, di qualsiasi foggia essa sia.
Daniele "dani66" D'Adamo